Per chi non lo sapesse è uscita “Long Story Short”, la nuova serie bellissima di Raphael Bob-Waksberg, già ideatore di BoJack Horseman (quella con il cavallo depresso che vive ad LA, per intenderci).
La serie racconta delle vicende di una famiglia attraverso una struttura non lineare che, procedendo per micro-episodi, unisce frammenti di anni diversi all’interno di ogni puntata.
È una delle prime serie a parlare del Covid, degli effetti della pandemia senza tinte orrorifiche, distopiche o eccessivamente drammatiche.

Se il Covid sia stato un grande trauma ancora difficile da rievocare, o se, come per alcuni, non è stato così incidente da richiedere una elaborazione postuma, non lo sappiamo. Ma vedere raccontata quella nostra quotidianità di nuovo, attraverso pezzi di vita comuni a molti, risolleva alcune riflessioni da ricordi ancora impolverati.
Tra queste, una domanda in particolare: davvero non è rimasto niente degli anni vissuti nella sovrapposizione di spazi, quando la stanza dove mangiare, dormire o incontrarsi poteva essere la stessa?

Secondo il sociologo Ray Oldenburg esistono tre spazi: il primo, che è il posto in cui si vive; il secondo, che è il luogo di lavoro e il terzo: gli spazi dedicati al relax, agli scambi di idee, i posti dove si costruisce una comunità.
Il terzo spazio sono i parchi, i centri sociali, le biblioteche comunali e i mercati, i piccoli esercizi commerciali come caffè, pub, librerie e teatri.

Sono spazi terzi tutti quelli che favoriscono un arricchimento sia personale che collettivo, in grado di assicurare un coinvolgimento inclusivo senza barriere economiche o vincoli di affiliazione. Il terzo spazio rappresenta un territorio neutrale, non omogeneo, capace di accogliere persone profondamente diverse tra loro.
Che cosa è successo, in Italia, negli ultimi anni a questi spazi?

Secondo Confesercenti (2023), in Italia ogni giorno chiudono circa 30 negozi di vicinato (soprattutto nei centri storici), e secondo i dati di Confcommercio, dal 2012 al 2022 si sono persi oltre 100.000 piccoli esercizi commerciali in Italia. In 5 anni, hanno chiuso 2300 librerie. Solo nel 2021 sono stati chiusi 500 cinema e sale.
I dati sono molti ma, in fin dei conti, basta fare una passeggiata nella propria città: le grandi catene e i ristoranti sono in aumento, le città diventano vetrine turistiche, le periferie sono sempre più povere, e altri luoghi di attività e di incontro scompaiono (soprattutto quelli non a pagamento).

La causale non è solo economica, ma culturale: la pandemia ha accelerato un percorso già in atto (dal 2021 anche tua mamma compra su Amazon), e ci ha abituati alla perdita di una socialità contingente, di cui già si sentiva la volontà anche pre-Covid. Velocemente siamo addomesticati a dimenticare l’incontro fortuito con l’altro, a negarci all’imprevisto.
Abbiamo imparato, invece, a stare sempre più vicino a ciò che ci assomiglia, a sentirci rappresentati da identità ed estetiche simili alla nostra.

Se la socialità virtuale è una realtà che diventa sempre più rilevante (il 36% delle persone trascorre più tempo sui social network che nelle comunità reali), vale anche la pena chiederci, senza troppi moralismi: che tipo di socialità abbiamo imparato e come è percepita la comunità in spazi sempre più personali?
La domanda, cioè, non è come riprendere un tipo di socialità pre-digitale e/o pre-Covid, ma come, — dal momento che diminuisce la possibilità concreta di incontrare persone che altrimenti non si incontrerebbero, e dato che vivere interazioni informali e casuali che sfuggono alla logica del lavoro diventa più raro, — in che modo possiamo riconoscersi in una forme di interdipendenza basate su gusti e inclinazioni fortemente personalizzati.

Forse, tra queste estetiche necessariamente in lotta tra loro, alla ricerca di nuovi spazi per l’attenzione, alcune prenderanno sempre più il sopravvento. Il pericolo è che il terzo spazio come simulacro digitale non possa essere davvero un connubio di varietà disomogenee, in cerca di una forma unificante, ma qualcosa di già caratterizzato, pienamente unificato e in definitiva meno complesso.