Ho sempre confuso la malinconia con la nostalgia. Lo faccio ancora oggi, certe volte dico che ho nostalgia, mentre intendo dire che sono malinconica. Chiudere le forme dei sentimenti umani è in effetti di per sé cosa complessa: ricordare qualcuno che abbiamo conosciuto e che abbiamo perso ha più a che fare con la malinconia o con la nostalgia? Ricordiamo la persona, ma che sarebbe quell’immagine senza un contesto, un’atmosfera, un paesaggio? Ricordiamo davvero la persona o pensiamo più che altro a noi, proiettati in un tempo magico e con qualcuno di importante? Il rimpianto di aver perduto qualcuno e il ricordo del dolore di qualcosa che è stato nostro si assomigliano. In entrambi i casi soffriamo per ciò che c’era e che ora non possiamo più riavere. Questo pensiero ci provoca un identico gusto dolce-amaro.

Tra le due, la malinconia ha carattere privato (funziona bene nel descrivere, ad esempio, la perdita di un amore). La nostalgia, invece, abbraccia la collettività, l’ambiente, la cultura. La saudade è una sorella dello stesso campo semantico che spiega il suo senso attraverso la storia: nel 1400 i marinai portoghesi partivano, dovevano affrontare lunghi periodi di assenza dai luoghi familiari, non sapevano se sarebbero tornati.
Il ricordo di Internet è per molti un di mix tra questi due sentimenti.

Oggi si parla molto di nostalgia come recupero dei sentimenti che ci hanno avvicinati al web prematuro. In effetti, se hai meno di 50 anni e più di 25 puoi considerare Internet come un fratellino con cui hai condiviso l’infanzia: ne hai visto i gesti ingenui, disordinati e multiformi. Noi e internet siamo stati giovani insieme e in un batter d’occhio siamo cresciuti, complicando la struttura delle nostre informazioni. Non è un caso, — come racconta Rebecca Jennigs in Vox — che rievocare immaginari dei primi anni 2000 è diventato virale per molti Millennials durante la pandemia: la similitudine tra confinamento e adolescenza è evidente, con la differenza che guardando al passato siamo capaci di ricordare gli elementi che ci hanno permesso di sopportare quel tremendo periodo di frustrazione. In camera siamo fuggiti attraverso Trumbl, gli Arctic Monkeys o le tinte fucsia, ma con il Covid? La complessità del presente era così caotica da spingerci ad apprezzare l’estetica di un passato vissuto, dove per uno speciale gioco di incastri la nostra giovinezza ha coinciso con quella dell’artefatto culturale più importante del nostro secolo. Il discorso sulla nostalgia del vecchio internet si fonda su una doppia mitologia: quella della giovinezza umana, di per sé romantica, e quella di un internet giovane, inteso come spazio creativo e vergine, libero da strutture deformanti e algoritmi precisi. La nostalgia così intesa di Internet non riguarda quindi la voglia di riportare in vita gli anni ’90 o 2000 ma è sapere di essere stati presenti come giovani mentre internet lo era a sua volta. Questo distacco rende la nostalgia di Internet diversa, ad esempio, da quella dei nuovi fascismi: non ha a che fare con il rimpianto di un passato glorioso, maturo, circoscritto, il bisogno di stare un’epoca d’oro che non abbiamo visto e che vale la pena riesumare, ma è il tentativo di ricordare che qualcosa di indeciso e di ingenuo è stato immaginato.

Si spiega in questo senso anche la “future nostalgia” di Due Lipa o la “newstalgia” definita dall’Urban Dictionary come il desiderio di provare qualcosa di familiare, ma anche qualcosa di fresco: più che idealizzare il passato, la nuova nostalgia trascina il ricordo vissuto nel presente e lo usa come fonte di ispirazione.
Non è un caso che Microsoft, per presentare la versione 10 di Internet Explorer, abbia usato il claim: “Siete cresciuti. Così come noi. Riconnettetevi con il nuovo Internet Explorer”. Tra yo-yo, Tamagotchi, marsupi e Liquidator, lo spot richiama il mito di un passato più controllabile, limitato, e perciò creativo, meno preoccupante: “the future was bright“.
Se il passato è stato un’eccitante incognita mai realizzata e il presente non fa che deludere quelle vaghe promesse, Microsoft (come altri brand) può capitalizzare le aspettative dei suoi consumatori proprio attraverso i ricordi privati, perché la nostalgia digitale è irresistibilmente individualista. La nostalgia di internet, cioè, assomiglia un po’ più alla malinconia di Internet: non si basa su un valori specifici, regole fissate e condivisibili (la patria, la nazione, la terra natia), ma è una collezione di stili, di intenti che non hanno mai davvero avuto il tempo di decodificarsi prima di evolvere di nuovo: dentro Geocities qual era la bandiera? Questi slanci ingoiati dal fratellino cresciuto troppo in una sola estate sono stati, all’inizio degli anni 2010, anche gli elementi di interpretazione per un nuovo genere musicale, che raccontava proprio dell’estetica fallita di Internet: la vaporwave.

Lo stesso nome, “vaporware”, deriva da una pratica in cui le aziende di computer vendevano software falsi per intimidire i loro concorrenti: internet era diventato un luogo di conquista, la maggior parte delle persone online via via parte di servizi centralizzati come Facebook e Twitter, il che significava anche perdere la promessa di un web inclusivo e utopico, perdere la giovinezza.
La nostalgia di internet tende ad essere malinconica e per questo è potenzialmente infinita: rappresenta un caleidoscopio di sensazioni personali, un insieme non omogeneo di impressioni che si stava avverando, prima di sparire.