Cosa significa che la politica è prima di tutto contenuto mediatico?
Ad infilare il marketing nella politica, a far coincidere l’uomo politico con l’uomo di spettacolo, è stato Silvio Berlusconi.
Berlusconi ha reso indivisibile lo show dalla realtà. Ha influenzato così tanto il nostro modo di concepire il mondo che, quando parliamo dei pericoli delle AI, non ci rendiamo nemmeno conto che in Italia eravamo già preparati al surrealismo che stiamo vivendo da almeno vent’anni.
Ma la realtà di Silvio era tutto sommato sempre post-prodotta: certo il controllo sugli organi di informazione è fondamentale, ma chiudere un giornale è diverso dall’abitare un mondo dove tutti hanno un telefono e possono commentare pubblicamente, in continuazione, su più piattaforme, ciò che accade.
Oggi, le voci da controllare sono troppe: non si tratta solo di strumentalizzare immagini e narrazioni, di creare accordi con i grandi proprietari, ma bisogna fare in modo che il palcoscenico si presenti già pronto.
Se le nostre voci sono sempre più in diretta, la domanda non è più “come lo raccontiamo?” ma “cosa raccontiamo?”.
Don Moynihan, professore di politiche pubbliche all’Università del Michigan, afferma che i social media non sono più per Trump un modo per capire la percezione dell’opinione pubblica, ma per orientare le proprie scelte in base a cosa decide la comunità.
È la clicktatorship: la politica prima di tutto come contenuto.

Se non si fanno più comizi, non esistono più le sezioni di partito, non ci si incontra per discutere di politica, la coscienza politica di oggi si forma sui social: più precisamente nei commenti, attraverso i video. È così che si impara a pensare, a odiare, a semplificare e ad amare insieme. È così che nasce il senso comune.
Vuol dire che le decisioni politiche dipendono direttamente dal mondo online in misura estrema, e al mondo online ritornano.
I social, non sono solo un modo per diffondere e cementare informazioni e opinioni (cosa che accadeva per i mezzi di comunicazione tradizionali) ma sono veri e propri luoghi fisici dove lo spirito collettivo si crea autonomamente.
È per questo che i social, come luogo di partenza e di ritorno, influenzano giudizi e processi decisionali di chi gestisce il governo.

Questo implica usare un certo tipo di linguaggio (sempre più violento, urlato, polarizzato), scenografare la realtà a partire dalle necessità delle comunità virtuali, costruire immagini che giustifichino l’estensione e l’abuso dell’autorità.
Una volta si parlava di leoni da tastiera, ma cosa succede se i leoni attraversano le schermo?

Come nella famosa scena di “The Ring”, la rabbia momentanea, il mostruoso travalica lo show. Se la percezione dell’elettorato di Trump, ciò che lo infiamma, è la percezione delle strade americane fuori controllo, dell’immigrazione come problema strutturale del paese, basterà allora incoraggiare questi discorsi mettendoli in atto (poco importa se la criminalità è al minimo storico degli ultimi 30 anni).
Militarizzare le città, creare il panico a Minneapolis, è solo seguire il copione.
Ad un linguaggio che è violento e brutale, segue, necessariamente, la violenza nella sua effettiva applicabilità.