Diversi anni fa, per scherzo decisi con un paio di amici di mettere su Tinder la foto di una mattonella di nome Silvia. Silvia aveva 25 anni, stava sul pavimento di una mansarda, la foto la ritraeva sfocata e fissata a terra. Nessun altro elemento o descrizione erano stati aggiunti al profilo. In poche ore fummo sommersi di richieste:
Ciao Silvia, come va?
Ciao Silvia, di dove sei?
Ciao Silvia, piacere 🙂
In un primo momento – per goliardia o generico sadismo – pensammo che là fuori ci fosse una giungla di arrapati, orde di maschi in carestia in cerca di una galleria, branchi di bruti pronti a bucare i pavimenti, tenuti a bada soltanto dal codice sociale. Ma per Silvia le richieste aumentavano. Non soltanto, le conversazioni soffrivano, per dirla alla Jannacci, di un’urgenza di cuore, anche senza nessuna promozione:
Ciao Silvia, come va?
Non hai risposto. Inizio io, mi presento:
Ciao Silvia, di dove sei?
Io sono di…

Ci eravamo accorti che chi scriveva a Silvia non cercava la penetrazione coatta, ma aveva bisogno di raccontarsi, di avere qualcuno pronto ad ascoltare. Chi ci scriveva, sperava in un contatto umano, emotivo. Anche un pavimento sfocato era abbastanza. Il gioco non sembrava più così divertente.
In un rapporto pubblicato nel 2021, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto ufficialmente la solitudine come un problema di salute pubblica a livello globale. Numerosi studi e articoli la descrivono come una vera e propria epidemia, tanto che paesi come il Giappone e il Regno Unito hanno istituito addirittura dei Ministri per la Solitudine.
Ma che cos’è la solitudine?

La solitudine (ben diversa dall’essere single o dall’isolamento sociale), è ancora intesa nella definizione coniata quasi tre decenni fa, all’inizio degli anni ’80, dagli psicologi sociali Daniel Perlman e Letitia Anne Peplau, che la descrissero come “una discrepanza tra i livelli di relazioni sociali desiderati e quelli raggiunti”. La solitudine, cioè, è lo scarto tra aspettativa e realtà: il modo in cui ci immaginiamo di stare con gli altri non soddisfa il modo in cui ci stiamo per davvero. La vicinanza fisica non è sempre il problema, lo è la corrispondenza emotiva. Ma se ci sentiamo tra noi sempre più soli, le AI possono davvero colmare la presenza emotiva di un umano, diventare degli amanti capaci di farci sentire il bene, l’amore?

Quando il film di Spike Jonze, Her, uscì 10 anni fa, la domanda sembrava ancora parte della fantascienza, ma oggi le cose sono cambiate. Un esempio è la conversione del business di Replika: nata con l’obiettivo di offrire supporto psicoterapeutico, col tempo, l’app di chatbot è diventata un modo per creare legami affettivi che superano il rapporto paziente-assistito. Recita il payoff: “L’AI che si prende cura di te. Sempre qui per ascoltare e parlare. Sempre al tuo fianco”. Più l’utente interagisce, più Replika apprende gusti, interessi, stile comunicativo e stato emotivo dell’utente. Questo permette conversazioni sempre più personalizzate e coerenti nel tempo.
Nello studio condotto su 1006 utenti di Replika stupisce come molti nutrano opinioni contrastive nei riguardi dei propri bot, definendoli talora macchine, talaltra come un’intelligenza o esseri umani. Secondo i dati, l’umanità dell’app, ciò che spinge gli utenti a creare un rapporto affettivo con l’AI, è la possibilità di poter interagire con un partner capace di non giudicare. L’umano, cioè, è quella cosa che più si avvicina all’assenza di un giudizio diverso da quello che mi aspetto. L’intelligenza artificiale ama meglio perché riduce gli attriti tra me e l’altro. Un chat-bot incapace di deluderti, di scoraggiarti, di dimenticare le tue fasi biografiche, un amore-cervellone che contiene tutto quello che dici, infallibile: ci si aspetta dall’amore l’assenza di conflitto, di confronto?

Alcuni report affermano che l’app Grindr prevede di lavorare su un chatbot basato sull’intelligenza artificiale in grado di intrattenere conversazioni sessualmente esplicite con gli utenti. Anche Tinder sta sfruttando questa tecnologia. “Utilizzando la potenza dell’intelligenza artificiale, abbiamo sviluppato un sistema che suggerisce una biografia personalizzata in base ai tuoi interessi e obiettivi relazionali aggiuntivi”, spiega il sito web dell’app.
Forse, in futuro la solitudine sarà curata dalle AI. Tutte quelle cose che la tecnologia non può fare diventeranno meno importanti per chi cresce innamorato della tecnologia.
Oppure, sentiremo la mancanza di deluderci, deluderci per innamorarci. Forse, il romanticismo, anche in una maniera sporca, fetente, scostumata, nervosa, volgare, egoista, malata sarà il modo in cui rivendicheremo la creatività umana.