L’attenzione è finita

Oggi molti artisti chiedono al pubblico di mettere via i loro telefoni.

«Voglio che facciate una cosa molto difficile, forse la più difficile che abbiate fatto oggi», dice Florence Welch, la cantante dei Florence and the Machine; «Ogni telefono risucchia un po’ dell’energia sia di chi lo sollevava sia di chi gli stava attorno», dice Cosmo nel suo dj set; «Levate di mezzo questi cazzo di cellulari, dovete ballare!» è la voce di Liberato. Sono moltissimi i telefoni alzati al cielo durante i concerti, o addirittura le chiamate live in diretta. Anche dove siamo disposti a pagare esose cifre per assistere ad una performance, ciò che è indimenticabile poco ha a che vedere con l’attenzione posta verso chi sta facendo di tutto per fissarci nel momento e nello spazio del live (cioè per definizione “ciò che dal vivo viene vissuto”).

Iperconnessi, istantanei, immediati nella produzione di nuovi desideri, emozioni (vibes) e consumi, anche l’indimenticabilità è disconnessa, fragile, frammentata, rievocabile a posteriori già mentre si rende manifesta. Si direbbe che niente di quello che accade ci rende particolarmente attenti. Ma che cos’è l’attenzione?

L’attenzione, si dice sempre, è in crisi: il problema non risiede solo nella tecnologia, ma in un sistema culturale che ha trasformato l’attenzione in una risorsa da monetizzare sempre più. Negli anni ’30 o ’40 la paura verso i media era già viva (basti pensare agli studi della scuola di Francoforte con l’ossessiva paura del controllo dei media su di noi), ma se fino alla fine degli anni ’90 queste teorie erano passate di moda, oggi la paura del controllo attraverso la resa dell’attenzione torna ad essere un tema saliente, perché quantificare e capire l’attenzione catturata con le nuove tecnologie è più semplice di prima.

Ma che tipo di attenzione si cattura oggi?

James Williams, nel suo libro “Scansatevi dalla luce” considera la “liberazione dell’attenzione” una delle principali battaglie morali e politiche del nostro tempo. In un’epoca in cui il capitalismo ha smaterializzato le sue risorse, l’attenzione è un terreno di conquista che ha la capacità di influire a livello sistemico, strutturale: la caccia all’attenzione dettata dalle Big Tech si insinua nella formazione, nel pensiero e nel modo in cui concepiamo la concentrazione.

Lo scorso anno, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha segnalato un calo rilevante nelle prestazioni di lettura, matematica e scienze tra i quindicenni a livello globale: un terzo di loro ha citato la distrazione dai telefoni come un problema. L’attenzione minima si vede anche nel cinema: ne è un esempio la serie tv più pagata di sempre, The Rings of Power, creata attraverso una specie di taglia e cuci isterico dove le scene si susseguono in sequenze velocissime.

In “The Attention Economy” (2001), Thomas H. Davenport e John C. Beck, propongono una teoria dell’attenzione come preludio all’azione: prestiamo attenzione per fare (o acquistare). Ma oggi esistono opinioni contrastanti che mettono in luce come la caccia all’attenzione sia arrivata ad un vero e proprio bracconaggio capace di estinguere l’attenzione stessa.

Leong, responsabile della ricerca e misurazione dell’azienda Dentsu dice che “Un’impressione (l’impression) è solo una misura del fatto che l’annuncio è stato visualizzato” ma ci sono dati che rivelano come visualizzare non è vedere. Gli annunci, cioè, possono catturarci anche per 8 secondi (la soglia minima, quella di un pesce rosso) ma questo non vuol dire che stiamo effettivamente utilizzando delle facoltà aggiunte per comprendere cosa momentaneamente aggancia la nostra vista.

Il paradosso sembrerebbe che la caccia all’attenzione funziona ancora, ma nel tentativo di farsi sempre più capillare e profonda crea uno smembramento della qualità dell’attenzione necessaria a fare in modo che l’attenzione serva a qualcosa (attaccamento, fedeltà, ricordo). Gli utenti che dovrebbero essere catturati si disintegrano in un flusso continuo e instabile di informazioni e l’insoddisfazione aumenta. Il sovraccarico di informazioni, noto come “information overload”, è infatti oggi un fenomeno che è stato descritto come una forma di “obesità mediale”, dove l’eccesso di dati disponibili supera la capacità dell’individuo di elaborarli efficacemente.

Fa pensare, inoltre, mentre siamo occupati a chiederci se le macchine lavoreranno per noi, quanto lavoriamo noi per le macchine perché ci regalino la loro attenzione. Oggi si stima che il 50% del traffico su internet è composto da bot. Se siete dei SEO, probabilmente state lavorando perché dei programmi automatizzati creino traffico sulla vostra pagina. 

Ma come si libera l’attenzione? Forse, come per tutte le risorse finite della terra, anche l’attenzione tornerà ad essere valutata in senso “ecologico”, cioè come un elemento relazionale che serve a connettere elementi diversi attraverso la disponibilità, l’ascolto, la ricezione attiva, lenta, capace di nuovo di conservare e mettere in gioco.