Uscire, dormire poco, non avere la minima idea di “cosa fare dopo”, vomitare per strada: avere vent’anni oggi è un’altra cosa.
Per una generazione nata con nonno Flavio che pucciava il pane nel vino per offritelo alla merenda dei tuoi 5 anni, è difficile immaginare un’adolescenza in cui la jouissance (piacere intenso che provoca anche un mescolamento con il dolore) sia integrata alle skincare da fare con le amiche il sabato sera.

Dopo il Covid (grande rimosso della storia recente) siamo stati catapultati in nuove modalità d’interazione, e per i più giovani uscire a spassarsela con i propri amici in spazi sociali condivisi non sembra più così rilevante.

Il lockdown sarà finito, e succederà un casino: invece quelle regole ci hanno resi di nostra spontanea iniziativa molto più regolari e regolamentati di prima, senza bisogno di alcun DPCM restrittivo. Girovagare di notte senza scopo alcuno, perdere tempo, svegliarsi come un gran mal di testa, aver limonato con un tizio a caso genera ansia e senso di inutilità. Perché? Il tempo non può essere perso, il corpo deve restare pneumatico, controllato, la vecchiaia va evitata in ogni modo (spoiler: è impossibile).
Al posto di chiamare tutto questo insicurezza, frustrazione o repressione, preferiamo dire “salute”.

Ma cosa significa allora “salute”? La “salute” sembra indicare un’organizzazione rigorosissima della vita. Non si tratta solo delle skincare notturne al posto del pub crawling, salutare è anche un ragazzino di quindici anni che ti chiede di spiegarti che come fare l’f24. È una scuola che vuole formare “figure professionali” alle medie. Un adolescente che rinuncia ad uscire perché deve andare in palestra, trovare un partner perfetto senza “red flag” è salutare. Salutare è fare le cose come si deve. La perfezione come copia della regola massima è salutare.

Eppure, nei campi creativi la trasgressione è il più importante gesto creativo. Non significa che disciplina e cultura non siano fondamentali, ma per inventare è necessario che la mente resti malleabile, ricettiva, interessata a ciò che vede, sperimenta, confronta per libera iniziativa. Come facciamo a pensare al nuovo senza rimescolare le carte?
Qui sotto ci sono tre storie di designer che rifiutavano l’aziendalismo, le timesheet e i vincoli concettuali precostituiti, inventando così ciò che non c’era.
Fabrizio Fiumi | Sottotitoli
Fabrizio Fiumi era uno dei designer dei 9999, gruppo che sperimenta un’architettura di fusione tra media elettronici, cultura underground ed ecologia.

Fabrizio Fiumi, oltre ad essere designer, era anche appassionato di cinema. Senza budget, in un appartamento scalcinato di Firenze, ha inventato l’attuale sistema di sottolineatura dei film. Negli anni ’60 i sottotitoli esistevano già, ma erano molto costosi: bisognava fare una copia della pellicola per stamparli in lingua diversa. I sottotitoli digitali, invece, evitavano questi passaggi: il progetto era pronto, ma non c’erano soldi per la famiglia Fiumi, e affittare uno spazio per costruire il macchinario era troppo esoso.

Allora perché non farlo a casa? Sul divano l’intera famiglia costruì la macchina.
E per il brevetto? Niente soldi nemmeno per l’avvocato. Sarà la moglie a studiare da autodidatta come realizzarlo.
Ole Kirk Christiansen | Lego
All’inizio degli anni Trenta, nella piccola cittadina di Billund, un falegname danese vede il proprio mondo andare in frantumi. La Grande Depressione colpisce la Danimarca. I clienti non hanno più soldi per mobili, case, lavori su misura. Preferiscono, aggiustare, arrangiarsi. Le commissioni spariscono. Il laboratorio si svuota.

Christiansen si guarda intorno, è un’epoca dove sembra difficile sognare le persone no hanno bisogno di nuovi oggetti ma di fantasticare.
Nel 1934 dà un nome alla sua azienda: LEGO, dall’espressione danese “leg godt”, che significa “gioca bene”. Non “compra meglio”. Non “risparmia meglio”. Gioca bene.
Josephine Cochrane | Lavastoviglie
Alla fine dell’Ottocento, Josephine Cochrane era una donna, il che significa stare in casa. Stare in casa e occuparsi continuamente di tutti, meno che di lei stessa. Nella grande casa di Shelbyville i pranzi erano sontuosi, ma dopo ogni ricevimento restava il caos: pile di piatti da lavare a mano e puntualmente qualche tazza sbeccata, un piatto incrinato.

Dato che non poteva lavorare, Cochrane non era una un’ingegnera. Era una donna dell’alta società americana, con una mente pratica e una frustrazione molto concreta. Inventa la prima lavastoviglie capendo che non bisogna continuare a strofinare i piatti, bisogna colpirli con acqua sotto pressione.
Un’idea semplice, rivoluzionaria, che verrà adottata in breve tempo dall’industria