Una risata ci seppellirà

In questo articolo parliamo della fine di Striscia la Notizia.

È davvero cambiato il modo di fare intrattenimento? Quale eredità storica ci consegna Mediaset?

Se non vuoi essere Muta, continua a leggere ↓

Quando i prossimi teorici delle scienze sociali dovranno interrogare l’umanità (o quel che ne resta), non potranno che relazionarla agli schermi, alcuni più grandi e altri più piccoli.

Nonostante la profezia di Video Killed the Radio Star, nessun medium ha mai sostituito il precedente, lo ha però economicamente indebolito fino a sfibrarlo, rendendolo meno remunerativo.

È quello che sta accadendo da molti anni alla televisione.

Secondo AGCOM, oggi il prime time ha perso circa 3,2 milioni di spettatori (-14,5%), e la cifra è destinata ad aumentare.

Forse a segnare la fine della televisione per come la immaginiamo è anche la recente, simbolica notizia della cancellazione dal palinsesto di Striscia la Notizia, il programma storico di Antonio Ricci.

Ma se Striscia è morto, cosa resta di Striscia?

Striscia, che ha fatto della distruzione di ogni formalità e del pressappochismo i suoi capisaldi, non poteva che contenere in sé i segni del suo stesso fallimento. Prima del programma, però, bisogna pensare al mezzo che gli fa da contenitore: la televisione è, prima tutto, un oggetto.

È un oggetto che è collocato in un luogo, con delle persone che lo interagiscono. La televisione sta in casa. E in casa esaudisce i desideri di chi la casa la abita: la famiglia.

E che famiglia è una famiglia degli anni ’90?

La buona famiglia è ancora quella alla Mulino Bianco, ultracristiana e indivisibile. Però non è più l’unica, e presto smetterà di essere rappresentativa.

La nuova famiglia degli anni ’90 che guarda Striscia la Notizia è una famiglia che ha finito di desacralizzare il matrimonio (i divorzi non smetteranno di aumentare), ha normalizzato completamente la sessualizzazione dei corpi femminili, vota Silvio Berlusconi e negherà se stessa come l’ovvio costituirsi dell’adultità.

La famiglia degli anni ’90 percepisce indistintamente il proprio fallimento e lo brama come liberazione da se stessa. Per questo disprezza la noia e ama l’arroganza.

Rispetto alla precedente televisione di cui Mike Buongiorno resterà idolo indiscusso, il presentatore negli anni ’90 non è tanto mediocre (come Mike Buongiorno) quanto anti-educativo.

Per la nuova società individualistica è importante non essere rigidi. “Non sapete nemmeno scherzare”, avrebbe detto Berlusconi alla vecchia classe dirigente.

Quello che caratterizza Mediaset e la cultura dello spettacolo degli anni ’90 è il cinismo disinibito. Perché dopo Mani pulite si sa, chiunque tenti di avere una morale è in realtà un mascalzone corrotto, e sono proprio quelli che si prendono più sul serio a nascondere lo sporco.

Quindi noi li smascheriamo, con le pernacchie.

Con simpatici stacchetti, perché niente ci fa vergognare.

Perché preferiamo gli uomini scafati che sono davvero intelligenti: infatti sono ricchi.

Ma più di questo, Striscia la Notizia è il programma che più di altri ha normalizzato la risata a costo di tutto.

Ridere degli stupidi, dei malati, ridere di chi si rende ridicolo, ridere di chi prova a fregarci, ridere di chi parla male, ridere di chi si fa male, ridere delle donne stupide, ridere di quelle che rifanno la faccia.

Ridere senza vergogna, senza umiltà.

Ridere per arroganza.

Striscia la Notizia ci lascia questa eredità. La risata per schernire, e lo scandalismo come metodo di indagine.

Anche se la televisione perde appeal e i social lo guadagnano, adesso che l’intrattenimento passa da una stanza virtuale all’altra, senza orari scanditi, senza spazi condivisi, anzi multiformi, personalizzati, conserva comunque queste due prerogative.

Una risata ci seppellirà.