L’altro giorno ero in macchina e alla radio passavano la nuova canzone di Rovazzi.
Ha solo amici maschi?
È una red flag
Si messaggia col suo ex?
È una red flag
In casa ha venti gatti?
È una red flag
In senso figurato, “red flag” è un prestito linguistico il cui significato indica i comportamenti di una persona che sono, inequivocabilmente, segnali di allarme. “È sostanzialmente un elemento caratteristico che ti fa intendere che quella persona ti darà dei problemi in una relazione” – spiega Rovazzi in radio – “Sono dei segnali, degli allarmi. Quando c’è la red flag ti allontani”.
Come per “red flag”, molte delle parole che nascono sui social hanno la capacità di essere vaghe nelle definizioni. Oggi più che mai, assistiamo alla nascita continua di queste nuove parole deboli di senso e ricche di riferimenti visivi o stili di vita.

Nella sua newsletter “After School“, Casey Lewis apre ogni numero con una parte dedicata a due termini virali. Vuol dire che ogni giorno, ci sono almeno due parole che vengono inventate e diventano virali sui social.
Ma a cosa servono queste parole, e quanto durano?
Il più prolifico coniatore di parole in inglese è stato John Milton (si stima abbia creato circa 630 parole). In italiano, va da sé, è stato Dante il più incisivo, e segue quantomeno per popolarità D’Annunzio, nel suo tentativo di sostituire i termini stranieri per dare all’italiano una dignità autonoma.

Le parole, ovviamente, non dipendono solo dalle volontà dei grandi scrittori, ma nascono anche spontaneamente dai parlanti di una lingua, e nel tempo muoiono, cambiano di senso, evolvono a seconda di necessità, geografie, abitudini. Le parole possono essere inventate per tanti motivi e in modi diversi, ma la nuova ossessione per i neologismi sembra più una necessità, per così dire, artificiale della lingua: la creazione di nuove parole sui social ha come primo scopo la viralità.

Inventare la lingua sui social non è dare una parola per costruire un senso nuovo e resistente, necessario, ma denominare qualcosa nella speranza che più persone possibili possano condividere, per un certo periodo, i sensi vaghi che la parola incorpora.
Sui social, le parole sono così in gara tra di loro.
Andy Blonde parla sul Guardian di “nuove parole macedonie”. Una parola nuova, in mezzo a tante altre che competono per una buona dose d’attenzione, deve funzionare bene: essere comprensibile, memorabile, specificatamente applicabile, restituire una certa dose di naturalezza e, possibilmente, un’emozione legata al disgusto o all’euforia.
Ma di “parole macedonie” che hanno lo scopo di gareggiare sui 100 metri dei trend, poche sopravvivono.

Charlie XCX scriveva poco tempo fa nel suo profilo Instagram che era infelice, perché la BRAT Summer stava arrivando alla fine del suo ciclo di vita culturale: “È davvero difficile lasciar andare questa cosa che è così intrinsecamente me ed è diventata tutta la mia vita, capite? Vorrei continuasse all’infinito perché è ciò che sono”.
BRAT, come altre parole, non dura più del dovuto perché soffre di mammismo: nata con lo scopo di promuovere un certo profilo, muore in breve tempo perché non perde mai il proprietario originale. Certe parole non riescono mai a diventare vive, autonome.

Forse, una produzione così eccessiva non potrà che saturare il bisogno di creare nuove parole (e favorire anche una diffidenza verso i neologismi usa e getta) oppure, al contrario, le parole deboli saranno destinate a crescere e a morire ad un ritmo sempre più rapido. Quest’ultima opzione, è una red flag.