Essere incinta è orribile

Essere incinta è orribile perché l’esperienza della gravidanza è ancora raccontata come idilliaca, esemplare, magnifica. Ma come non c’è niente di più pauroso di un assassino che ammazza sorridendo, così non c’è nulla di più deprimente della felicità nella tristezza: sorridi, stai di merda!

I tuoi ormoni sono completamente sballati, ti ingozzi, vomiti, rischi di smettere di lavorare per sempre perché il tuo datore di lavoro è un coglione, il tuo fidanzato coglione non capisce ancora che avrà un figlio, e se tuo figlio nascerà sano (speriamo, perché il test del DNA fetale non potete permettervelo), userà il tuo corpo come una collina da succhiare e non ti farà dormire per qualche anno.

Ma ehi, sei forte.

È orribile, se non hai abbastanza soldi è probabile che dovrai comunque lavorare il più possibile e far crescere tuo figlio a pagamento da un’altra donna, perché altrimenti non gli permetterai una vita decente.

È orribile, perché per volere bene a tuo figlio DEVI STARE BENE, il che significa anche evitare di raccontare quanto sia orribile crescerlo: questo una brava madre non lo fa.

È orribile, perché adesso che diventi madre non ti viene detto solo come devi vivere, ma anche cosa devi sentire.

E quindi: la sacralità del figlio, il vincolo sacrificale della santa-madre, uniti nella benedizione della santa vita famigliare.

L’obbligo principale delle madri-donne (ruolo a cui si adeguano da tutta la vita, dato che da una donna non ci si aspetta altro che questo) è di essere felici di una felicità ottusa e acefala che si esprime al suo meglio nel team delle mammine pancine o nelle invasate mamme bossy: gruppi di donne che capitalizzano l’esperienza della maternità impedendo di fatto l’elaborazione del vissuto che permette crescita e consapevolezza personale.

Chiamale, se vuoi, influencer (mai nome è stato più azzeccato, dato che “infilarsi dentro di te” è proprio quello che fanno) cioè gente che ti ficca dentro narrazioni esteriori per eliminare la tua personale esperienza interiore.

Quindi, dicevamo, sorridi; del vissuto concreto e della tua esperienza (cosa succede a te) non frega un cazzo a nessuno. Ora sei madre, il che vuol dire eliminare ogni errore o voglia, perché la rilevanza del feto è tutto e la tua felicità nei suoi confronti ha di certo una base biologica, istintuale (finalmente puoi reclamarla pubblicando le story con il pancione).

La tristezza materna non può avere un’accezione negativa socialmente accettabile, ma può essere spiegata come una naturale devianza: anche nelle recenti narrazioni cinematografiche, una cattiva madre è patologica.

Se sei triste, è la sindrome post-partum.

Se sei triste, potrai essere corretta.

Il peso eccessivo della felicità di essere madri, il sovraccarico di non sentirsi pertinenti e di perdere ogni forma di auto-affermazione: forse i motivi più forti per cui si sceglie di rinunciare.