Da un po’ di tempo a questa parte ho eliminato i social dal mio telefono privato. L’ho fatto senza la pretesa di rivendicare autonomia o purezza di spirito: non ho iniziato a fare proselitismo in giro, dicendo agli altri che era cosa buona e giusta seguire la mia strada (non mi piacciono i preti, soprattutto quelli laici). In fin dei conti, pensavo, raccontarmi in negativo significa dare importanza alla mia rinuncia, sottolineare il punto di partenza senza distaccarmene per davvero.
La mia è stata più una presa di distanza che una presa di posizione contrastiva vera e propria: non mi sono imposta una regola ferrea (Never more! Boring phone!) o una parola chiave (tipo detox digitale), semplicemente ho smesso di fare qualcosa che non avevo più voglia di fare, lasciandomi aperta la possibilità di cambiare idea, qualora ne avessi avuto voglia. Principalmente non volevo continuare ad avere con i social un rapporto intimo perché mi ero resa conto che, per parafrase il filosofo Henry Frankfurt, avevo smesso di desiderare ciò che volevo desiderare.

Sui social venivo a conoscenza di molti eventi e personalità interessanti, ma perlopiù era lo scroll a fare da padrone. A disturbarmi, cioè, più che i contenuti era il modo in cui ci interagivo.
Usavo i social come una specie sigaretta: sono stanca? Scrollo; Sono annoiata? Scrollo; Non ho niente da fare? Scrollo; Una cena noiosa? Scrollo.
Città esplose si alternavano a gattini pucciosetti, sponsorizzate di vestiti costosissimi, amici che parlano dei loro progetti dopo minacce nucleari, il tutto senza soluzione di continuità.

Ero finita dentro il caleidoscopio di una festa affollata, dove contemporaneamente suonano canzoni a metà, di generi diversi, senza la possibilità di scegliere cosa ascoltare.
Mi ero resa conto che non ero neanche più io ad usare i social, erano loro ad usare me. Lo scroll riempiva il mio tempo vuoto, il tempo della riflessione e dell’autocontrollo, dandogli un senso confuso ed eccitante.
I social mi allontanavano dalle mie emozioni, le svuotavano e le riempivano di altre parole. Quali?

Quest’anno, l’Oxford Dictionary ha scelto come parola dell’anno “brain rot” riferendosi al deterioramento delle nostre capacità cognitive, a causa della sovrabbondanza di contenuti leggeri. La marcescenza del cervello è qualcosa che non deriva solo dal contenuto in sé ma anche da come il contenuto ci invita ad interagire, in quale meccanismo di rappresentazione vive, a chi appartiene il contenitore che lo riproduce e quali sono i suoi scopi.

I social, in fin dei conti, da un po’ di tempo sembra che abbiano in programma di assomigliarsi un po’ tutti (nessuno vuole perdere l’attenzione dei propri utenti), ma presi dal processo vorace di amalgamarsi e ingrandirsi sembrano al contempo rendere l’interazione qualcosa di sempre più impreciso, caotico e frustrante. Una specie di strana bestia gigante e impazzita che continua a crescere. Fino a che punto può farlo?
Instagram ha 2,3 miliardi di utenti, è probabile che dentro questa cifra ci sia qualcuno che abbia qualcosa di interessante da dire. Il punto è: i social stanno uccidendo se stessi, rendendo troppo costoso il prezzo della nostra attenzione? L’enshittification è un fenomeno destinato a perdurare?

I social possono essere uno spazio di creazione, vendita, divertimento, lavoro, e molto altro. Si tratta però di capire in quale modo vogliamo continuare interagirci. Cosa dovrebbe fare per noi la tecnologia, come vogliamo usare la nostra attenzione?