L’inganno dell’intelletto

Da quando ho Chat GPT non posso fare a meno di chiedere in continuazione ai miei amici: “Chiedi a Chat!”. Google sparisce sotto l’immediatezza dell’AI, che efficientemente ci fornisce una serie di risposte personalizzate e specifiche, basate anche sulla memoria della profilazione.

Una cosa che io e i miei amici non sappiamo più fare è dire: “Non lo so”. E da lì girare intorno alla domanda cercando di avvicinarci il più possibile ad una risposta vaga, senza per forza la necessità di arrivare alla conclusione specifica.

Google ci forniva feedback diversi, provenienti da siti specifici che non creavano automaticamente una media tra i dati disponili, e perciò non tutte le risposte ci sembravano necessariamente condivisibili. Il dubbio di non avere una risposta, o di faticare nel cercarla, creava il conflitto di opinioni, quello che di solito vivacizza il dibattito. Eravamo più facilmente disposti a sostenere ipotesi personali sfruttando la nostra memoria, a seconda delle nostre particolari inclinazioni sensibili.

Oggi mi sembra più difficile sfidarci a “non lo so”, girare intorno al punto. Perché non sono solo le domande che ci poniamo a creare la risposta di Chat, ma sono anche le risposte che siamo abituati ad ottenere a plasmare le domande che sappiamo porre.

Mi sembra che ci stia accadendo quello che è già successo con il GPS, per esempio, che mi preoccupa non tanto perché ha eroso la mia capacità di orientarmi, ma piuttosto perché ha cancellato l’esercizio di preoccuparmi del territorio intorno a me, di capire come guardarmi intorno, di notare, sapere dove sono, fermarmi a chiedere, perdermi o provare a vedere cosa succede se prendo una traversa sconosciuta.

Le persone possono fornire prestazioni di ottimo livello perché prendono in prestito le competenze dell’AI, ma non ne sviluppano di proprie. Non sbagliano, non girano deliberatamente intorno al “non lo so”.

Rispetto al GPS, le AI sono la prima tecnologia al mondo che automatizza processi cognitivi legati al pensiero e all’interpretazione dei fatti. Quello che sembra stia accadendo è che all’aumentare della prestazione artificiale il nostro coinvolgimento in termini di apprendimento e creatività diminuisce. Le domande che poniamo non esigono di comprendere i procedimenti logici che conducono alla risposta, perché sappiamo già che l’informazione di cui abbiamo bisogno verrà restituita.

Il disinteresse al processo ci conduce a immaginare le nostre domande già in relazione alle risposte che ci verranno date. E così facendo ci alleniamo a vivere nell’illusione che le cose possano dirsi definitive, e demandiamo la nostra immaginazione a quella definitezza.

Oggi le cose me le spiegano i bot e non ho tempo per stupirmi di quanto sia difficile imparare qualcosa, di ricordarmi che la mia competenza umana non sta nell’essere perfettibile.

Perché non si tratta solo di scoprire qualcosa di nuovo, ma di essere coscienti di ciò che già si sa. Di riassumere i processi dei propri pensieri e di trovare anche delle risposte particolari che siano irragionevoli, non basate sull’orgoglio dell’intelletto.