Sicilove, l’isola che non isola.

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Sicilove, l’isola che non isola.

Estremo sud dell’Italia, troppo spesso additata come retrograda, chiusa, l’ultima delle ultime per trasporti pubblici. Isola abitata da esseri mitologici dalla pelle ambrata e l’accento cantilenante, è tra le regioni con il più alto tasso di disoccupazione e cultura patriarcale. Tre cose la rendono famosa: lu suli, lu mari e il buon cibo.

Siamo certi che abbiate risposto “Sicilia”. E sì, avete azzeccato la risposta di questa striscia di cruciverba stereotipata.

Terra di contraddizioni, la Sicilia ha spesso subìto ritardi rispetto al nord Italia in vari ambiti, conquistando diritti e consapevolezze con un passo lento e claudicante. Tuttavia, esiste un paradosso straordinario che la caratterizza: il contributo che ha dato alla comunità gay, a volte in modi inaspettati e in momenti in cui, purtroppo, non era facilissimo farlo.

Seppur indietro in molte aree, la Sicilia ha saputo porsi in anticipo su questioni sociali importanti, compiendo i primi timidi passi queer in un’epoca in cui la comunità LGBTQ+ così come la conosciamo oggi non era ancora riconosciuta.

La nascita della prima comunità gay in Italia? La si può far risalire a un gruppo di siciliani, o – se vogliamo davvero provocare – a un’iniziativa del duce. Un’azione, va detto, assolutamente inconsapevole e involontaria.

Ad animare la comunità, con tutto l’amore e il calore tipici del Sud, furono però quarantacinque catanesi.

Mussolini, nel suo tentativo di “liberare” l’Italia dagli omosessuali, decise di esiliarli su minuscole isole, destinando al confino chiunque fosse accusato, o anche solo sospettato, di comportamenti “pederasti”. Bastava un pettegolezzo per finire su un fazzoletto di terra sperduto nel mare, lontano dai propri cari e dalle proprie case. E, tra il 1936 e il 1940, circa trecento uomini vi furono confinati. Sessanta di loro furono inviati a San Domino, nelle isole Tremiti e, di questi, quarantacinque provenivano da Catania.

Nonostante il peso opprimente di sentirsi disonorati per l’unica colpa di essere semplicemente se stessi, molti riuscirono a ricostruire una nuova vita.

Isole nell’isola – per dirla alla Pirandello – crearono una sorta di microcosmo, dando vita a quella che può essere definita la prima comunità gay della storia.

A San Domino, i confinati ripresero le loro attività quotidiane, si sentirono liberi di esprimersi in modo autentico, di vestirsi in modo femminile, e di vivere storie d’amore, non solo con altri esiliati, ma anche – sorpresa! – con i soldati fascisti che li sorvegliavano.

Emancipati, in quella moderna Lesbo, alcuni di loro, a fine esilio, tornarono controvoglia nella Sicilia dei divieti e delle occhiatacce.

Non era certo la prima volta che i siciliani creavano un angolo protetto dove gli omosessuali potessero essere liberi di esprimersi, senza paura di giudizi.

Già alla fine dell’Ottocento, Taormina era diventata una meta cult per i gay, tanto che Oscar Wilde, in persona, vi soggiornò per un mese. E cosa lo portò lì? I “ritratti dei meravigliosi siciliani”, ovvero le fotografie dei giovani efebi scattate dal fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden.

Von Gloeden, aristocratico tedesco – ma non tanto ricco da essere un barone, come amava apostrofarsi – si trasferì a Taormina a ventidue anni per curare una brutta tubercolosi con l’aria salmastra. E, com’era prevedibile, se ne innamorò perdutamente. Non solo delle bellezze naturali dell’isola, ma anche dei suoi abitanti.

Molti ragazzi facevano visita quotidianamente alla casa di Von Gloeden: portavano acqua dal mare per i suoi bagni salini e posavano per lui, ricoperti da un unguento di sua invenzione – una miscela di latte, olio d’oliva e glicerina – che, combinato con i suoi speciali filtri fotografici, rendeva la loro pelle perfetta.

Come spesso accade con le muse, quei ragazzi non erano solo fonte d’ispirazione. Alcuni diventarono amanti veri e propri, e la cosa divenne così evidente che il pittore Otto Geleng iniziò a mettere voci in giro su Von Gloeden.

La risposta del tedesco fu altrettanto decisa: querela, e via a vivere liberamente i suoi amori nella

bella Taormina, fino all’inizio della Prima guerra mondiale.

E l’amore tra donne? Uno scrittore siciliano – l’autore di un Antonio assai aascinante – si scontrò molti anni dopo con l’ignoranza della censura proprio per aver messo al centro di una sua opera l’amore lesbico.

Era il 1952, e il sipario calò in fretta su La Governante di Vitaliano Brancati. La commedia osava toccare temi come l’omosessualità femminile, l’ipocrisia dei benpensanti cattolici e la doppia morale della borghesia, in un periodo successivo al fascismo ma sotto l’iper-controllo della Chiesa, che la censurò, impedendone la rappresentazione per anni.

Questo episodio non fu solo un duro colpo alla libertà creativa di Brancati, ma anche il riflesso di una società che preferiva ignorare, silenziare e reprimere ciò che non rientrava nei canoni imposti dalla morale del tempo. L’Italia, insomma, era abituata a guardare la realtà attraverso un paio di paraocchi ben stretti, così tanto che l’opera andò in scena per la prima volta a Parigi, e in Italia calcò i teatri solo tredici anni dopo.

Le parole di uno scrittore siciliano non riuscirono a scuotere le coscienze, ma un evento tragico lo fece in modo feroce nel 1980. Due ragazzi giovanissimi di Giarre furono ritrovati insieme senza vita, vittime di un doppio omicidio-suicidio nato dalla disperazione di un amore impossibile in una società bigotta e giudicante. Emblema del rifiuto sociale verso l’omosessualità, questa tragedia divenne una scintilla di cambiamento. È infatti da questa ennesima ingiustizia, e dalla rabbia comune che si era diusa come una febbre in tutta la Sicilia, che, per mano di un prete, nacque a Palermo l’ARCI Gay. Il movimento partito dall’isola era destinato a trasformarsi in una voce potente per i diritti LGBTQ+ in tutta Italia, con l’obiettivo di superare il pregiudizio e promuovere una società più giusta e inclusiva.

La Sicilia è stata capace di sfidare il conformismo e portare avanti, a suo modo, la bandiera dei diritti e delle libertà. Tra censure e lotte, tragedie e rinascite, l’isola ha dimostrato che sotto la scorza dura e conservatrice si nasconde una terra capace di accogliere e dare voce all’amore in tutte le sue forme.

E forse, proprio per questo, i siciliani vantano l’unica pietanza non binary d’Italia. A cosa possiamo riferirci, se non all’arancin*? Il delizioso street food genderfluid, capace di essere maschio e femmina, cambiando forma e sostanza a seconda di dove lo si assaggi, nel giro di pochi chilometri.