Sognare sui monitor

Se siete dei nativi digitali vi sarà capitato di restare incantati davanti agli screensaver (se non vi è successo non avete una coscienza, e potete fermare la lettura anche qui). Negli anni ’70, lo screensaver serviva a non far bruciare il monitor, ma in seguito le immagini animate non sono sparite: abbiamo passato pomeriggi a creare la nostra galleria fluttuante su Windows.

Lo screensaver e il suo carattere ipnotico mi riporta ad un’era digitale che mi viene da chiamare neoplatonica: la conoscenza del divino (cioè che per assoluto è intangibile), passava dalla contemplazione di se stessi attraverso momenti di completa desolazione. Una desolazione ricca, esente dall’umano. Le colline verdi di Windows ci offrivano uno spazio dove il paesaggio non era solo cornice ma luogo che agiva in noi. Non è un caso che i segni degli screensaver erano così potenti da ispirare vere e proprie teorie cospirazioniste (di cui le più recenti sono le più banali), quando ancora i complotti non ci facevano paura. Il paesaggio mentale dello screensaver era anche un portale che si apriva su un paesaggio più vasto, la proiezione nei luoghi digitali era il nostro modo per cadere al di là dello specchio: lanciarci nell’inconscio, nell’intuitivo e nel creativo.

Contemplare lo schermo: la nostra personalissima fluctatio animi che espandeva il tempo, un’interiorità che si estende all’oggetto per servirsi di esso come suo segno.

È successo: prima che il digitale diventasse un Grande Altro simbolico, cioè un dispositivo che riproduce soggetti parlati e non parlanti, noi abbiamo sognato sui monitor. Gli screensaver fluttuanti, la navigazione online incosciente, passare ore a fare disegnetti orribili a caso su Paint, tutto questo era un esercizio di fantasia, la sostanza che alimenta il desiderio e lo allarga.

Per Bruno Munari la fantasia è la capacità di pensare a “tutto ciò che prima non c’era, anche se irrealizzabile”. È la facoltà più libera, che non deve preoccuparsi della praticità o del funzionamento, e può spaziare liberamente nell’assurdo e nell’impossibile. Da un punto di vista “narratologico” il paesaggio digitale che abbiamo conosciuto contribuiva a formare un momento di rêverie, di immaginazione libera e sconsiderata dove il nostro desiderio non era soggettivato al punto da renderci inermi, dipendenti da uno scopo.

Gli screensaver preimpostati, nella loro ristrettezza, ci obbligavano ad immaginare a partire da possibilità ridotte il probabile (senza argomenti dimostrabili qualcosa che può accadere o è già accaduto) anziché il possibile (ciò che rientra nei limiti di una ipotesi o di una supposizione dati da un argomento dimostrabile).

Il rapporto tra realtà e finzione è in questo senso cambiato, se prima il paesaggio era lo spazio dell’enunciazione del probabile ora diventa cornice di un io che non lo subisce, ma lo usa secondo fini specifici, per creare una possibilità.

Meta ha lanciato da poco un’app, Endless Summerper generare foto di finti viaggi: puoi caricare la tua immagine dietro sfondi da tutto il mondo. Secondo lo sviluppatore l’app è stata realizzata perché esistono molti gruppi Facebook dove gli utenti condividono immagini AI di sé stessi in contesti di lusso.

È triste e affascinante allo stesso tempo“, scrive Wijaya, lo sviluppatore, “perché permette a chi guadagna meno di 400 dollari al mese di vivere esperienze che non potrà mai avere“.

È triste e affascinante, forse anche perché il paesaggio perde il suo scopo fantasmatico, la presenza eccessiva del corpo si espande nel luogo del desiderio e lo sormonta. Non è l’irrealizzabilità del paesaggio a renderlo triste, quanto più la sua castrazione attraverso la nostra presenza (costringerci a presenziare in ogni dove). I paesaggi soffocano, gli abbiamo tolto le parole. L’eccesso della nostra presenza ha reso l’esperienza digitale “troppo corporea”, depotenziandola delle sue capacità trasformative.

Come abbiamo bisogno di uno spirito comunitario sostenibile per la terra, anche il nostro ambiente virtuale andrebbe riqualificato: più spazi incontaminati, per un’estensione temporale indeterminata e enormemente più ampia della creatività.