Sono brutto, lasciatemi in pace

Ultimamente si discute molto di “canoni estetici imposti dalla società”, se ne discute così tanto che ormai in bocca sento questa frase come un boccone rimasticato troppe volte, e a forza ruminazioni a base di star struccate che mostrano l’acne e sexy donne multiformi sui cartelloni in città, inizio a sentirmi come Benigni in versione Cioni Mario quando, arrabbiato per il governo causa dei suoi mali, si arrampica sul palo della luce per colpire il lampione sopra la sua testa, finendo per restare completamente al buio. 

L’ossessione per il bello ci ha tolto il lume della ragione? Cerchiamo ovunque i segni della nostra bellezza per amarci?

Quello che intendo dire è che se i media e un secolarizzato male gaze (il mondo secondo gli uomini) hanno certo esercitato una tremenda pressione sulla misura dei corpi (soprattutto su quelli femminili, e questo vale la pena riconoscerlo e contestarlo), d’altro canto le rimostranze contro i dittatori senza faccia della bellezza sono diventate ossessive, degne di una caccia alle streghe strampalata che trova ovunque i segni della propria persecuzione, alimentandola al contempo.  

La bellezza diventa a questo punto un dovere morale: fa paura non averla, dobbiamo riprendercela per stare bene con noi stessi ad ogni costo. Solo a scriverlo, fa quasi venir voglia di volersi brutti per essere lasciati in pace.

Ma che cos’è questo bello che tutti hanno il diritto di possedere?

Il bello di oggi è una posa eternizzata, una cornice ferma che ci strappa dal tempo, concedendoci il lusso di sentirci amati e glorificati in quella parentesi elettrica che, nelle più pigre previsioni, Andy Warhol prevedeva stare dentro il quarto d’ora di celebrità.

La bellezza di cui parliamo quando parliamo dei corpi diversi si comporta come la bellezza canonizzata: è muta, non dialogica, può solo essere guardata. È una bellezza che sta nei mezzi che la veicolano: nelle foto, sulle passerelle, attraverso gli schermi, nello specchio.

Ma questo non è forse un enorme trappolone?

Ci illudiamo che attraverso l’educazione e la ridistribuzione della bellezza, aggiungendo nuovi posti a tavola, guarderemo tutti i corpi allo stesso modo, mentre allo stesso tempo non ci preoccupiamo del perché siamo ossessionati dall’essere belli da copertina ad ogni costo in una società così altamente estetizzata (come Ben Stiller in Zoolenderprima o poi scopriremo che c’è altro nella vita oltre ad essere belli-belli in modo assurdo?).

Questa conversione, cioè piegare il brutto verso un bello prefabbricato, mi sembra una specie di evoluzione perversa di quei film terribili dove le ragazze sfigate diventavano belle e celebri con un po’ d’impegno: non sei brutta, sei solo insicura, adesso ti facciamo fare due giri dal parrucchiere, ti insegniamo a sbattere i pompon come si deve, togliamo l’apparecchio e voilà: vedi? Anche tu puoi sc****ti il quarterback!

Ma perché per volersi bene bisogna per forza vedersi belli?

La bellezza per cui battagliamo è una prigione dell’immaginazione, dall’alto valore estetico non dice nulla, mostra soltanto.

E ne siamo così terrorizzati, da volerla accalappiare a tutti i costi.